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Gocce di Rugiada
PFAS nell’acqua: cosa sono e perché preoccupano gli esperti
04/05/2026

Se ne parla sempre di più, ma in pochi sanno davvero di cosa si tratta. I PFAS nell’acqua — acronimo di sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche — sono una famiglia di composti chimici di sintesi che negli ultimi anni sono finiti al centro dell’attenzione di scienziati, autorità sanitarie e governi di tutto il mondo. Il motivo è semplice quanto preoccupante: sono ovunque, non si degradano, e le prove del loro impatto sulla salute umana si accumulano con rapidità crescente.

In Italia, il problema è particolarmente sentito in alcune regioni del Nord — Veneto e Piemonte in testa — dove le falde acquifere risultano contaminate da decenni a causa delle attività industriali. Ma la questione non riguarda solo chi vive in queste aree: la diffusione dei PFAS nell’ambiente è un fenomeno globale che tocca, in misura diversa, praticamente ogni angolo del pianeta.

 

Cosa sono i PFAS

I PFAS comprendono oltre 10.000 sostanze chimiche diverse, accomunate dalla presenza di legami carbonio-fluoro — tra i più forti che esistano in chimica. Questa caratteristica li rende straordinariamente stabili: resistono al calore, all’acqua, agli acidi e alla degradazione biologica. Una proprietà che li ha resi preziosi per l’industria, ma catastrofica per l’ambiente.

Vengono utilizzati — o sono stati utilizzati — in una vastissima gamma di applicazioni:

  • Rivestimenti antiaderenti per pentole e padelle (come il PTFE, noto come Teflon)
  • Imballaggi alimentari resistenti al grasso (carta da forno, cartoni per pizza, contenitori fast food)
  • Tessuti impermeabili e traspiranti (Gore-Tex e simili)
  • Schiume antincendio (AFFF), ampiamente usate su aeroporti e basi militari
  • Cosmetici e prodotti per la cura personale
  • Vernici, lubrificanti e prodotti industriali

Dalla loro invenzione negli anni Quaranta del Novecento, i PFAS hanno permeato letteralmente ogni settore produttivo. E poiché non si degradano, si sono accumulati nell’ambiente nel corso dei decenni: nei suoli, nelle acque superficiali, nelle falde sotterranee, negli organismi viventi — compreso il corpo umano.

 

Come i PFAS finiscono nell’acqua potabile

Il percorso dei PFAS verso le nostre fonti idriche segue principalmente tre vie:

Lo scarico industriale è storicamente la fonte più rilevante. Stabilimenti produttivi che utilizzano o producono PFAS hanno scaricato per decenni reflui contenenti queste sostanze nei fiumi e nei suoli circostanti, contaminando le falde acquifere su vaste aree. Il caso del Veneto — con la contaminazione legata allo stabilimento di Miteni a Trissino, nella zona del Vicentino — è uno degli episodi di inquinamento da PFAS più gravi d’Europa, con decine di comuni coinvolti e centinaia di migliaia di persone esposte per anni.

Le schiume antincendio utilizzate su aeroporti, basi militari e aree industriali hanno contaminato i terreni e le falde sottostanti in numerose aree del mondo. Negli Stati Uniti, questo problema ha interessato centinaia di basi militari.

La diffusione ambientale diffusa avviene attraverso le precipitazioni atmosferiche, che trasportano PFAS volatilizzati nell’aria e li depositano ovunque — anche in zone lontanissime da qualsiasi fonte industriale. Per questo motivo, i ricercatori hanno rilevato PFAS nelle nevi artiche, nelle acque delle montagne più remote e persino nella pioggia delle grandi città.

Gli impianti di depurazione convenzionali non sono progettati per rimuovere i PFAS: queste sostanze, troppo piccole e chimicamente stabili, attraversano i trattamenti standard e arrivano fino al rubinetto.

 

Come proteggersi a casa

In attesa che le reti idriche si adeguino completamente ai nuovi standard, è possibile adottare misure di protezione a livello domestico. Non tutti i sistemi di filtraggio, però, sono efficaci contro i PFAS:

  • Filtri a osmosi inversa: sono attualmente considerati il sistema più efficace per la rimozione dei PFAS dall’acqua potabile, con tassi di abbattimento che superano il 90% per la maggior parte delle sostanze della famiglia.
  • Filtri a carboni attivi certificati: possono ridurre significativamente la concentrazione di molti PFAS, ma la loro efficacia dipende dalla qualità del filtro, dalla portata d’acqua e dalla frequenza di sostituzione delle cartucce. È fondamentale scegliere filtri certificati specificamente per la rimozione di PFAS.
  • Filtri standard di base: non sono in grado di rimuovere i PFAS in modo affidabile e non dovrebbero essere considerati una protezione sufficiente.

Prima di scegliere un sistema di filtraggio, è utile conoscere i valori di PFAS presenti nella propria rete idrica locale: molti gestori idrici pubblicano analisi periodiche sui propri siti, e alcune regioni offrono strumenti di consultazione pubblica aggiornati.

 

Cosa possiamo fare oltre all’acqua

La riduzione dell’esposizione ai PFAS non riguarda solo l’acqua potabile. Poiché queste sostanze sono diffuse in molti prodotti di uso quotidiano, alcune scelte consapevoli possono fare la differenza:

  • Preferire pentole in acciaio, ghisa o ceramica rispetto a quelle con rivestimento antiaderente tradizionale
  • Evitare imballaggi alimentari trattati con sostanze idrorepellenti (molti contenitori fast food, carte per microonde)
  • Scegliere cosmetici e prodotti per la cura personale privi di ingredienti con la sigla “fluoro” o “perfluoro”
  • Preferire abbigliamento tecnico con certificazioni che escludano l’uso di PFAS nel trattamento impermeabilizzante

 

Conclusione

I PFAS rappresentano una delle sfide ambientali e sanitarie più complesse del nostro tempo. Non si vedono, non si sentono, non hanno sapore — ma sono presenti nell’acqua che beviamo, nel cibo che mangiamo, nell’aria che respiriamo. La scienza è chiara sulla loro pericolosità; la regolamentazione si sta adeguando, sia pur lentamente.

Nel frattempo, informarsi è il primo atto di tutela. Sapere cos’è questa famiglia di sostanze, capire come ci si espone e conoscere le soluzioni disponibili — a partire da un sistema di filtraggio domestico adeguato — è il modo più concreto con cui ognuno può prendere in mano la propria salute, senza aspettare che il problema venga risolto dall’alto.

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